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Je suis Ankara, Je suis Istanbul – o forse no?

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In Turchia è stato come uno shock da brusco risveglio. Sì, gli attentati a ripetizione – prima durante la campagna elettorale lo scorso anno, poi da gennaio in luoghi turistici a Istanbul e con autobomba ad Ankara – messi a segno dai jihadisti di Daesh e dai terroristi “rivoluzionari” del Pkk sono stati di per sé traumatici e destabilizzanti: ma i cittadini turchi sono rimasti spiazzati anche per un altro motivo, per la quasi totale mancanza di solidarietà proveniente dai paesi europei ed occidentali. La differenza marcata con quanto successo a Parigi – je suis Paris e bandiere francesi nei profili Facebook, marce coi leader politici nella capitale francese – è manifestamente antipatica. Perché questa disparità di trattamento? Perché vittime di serie A e di serie B?

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La risposta è semplice: perché la Turchia, nonostante sia tra i paesi formalmente candidati a entrare nell’Unione europea, è tuttora considerata estranea, diversa, “altro”. E questo avviene per vari motivi: a causa di ben radicati pregiudizi contro “i turchi” che risalgono all’epoca ottomana, della stretta associazione all’islam oggi percepito come eminentemente “cattivo” e all’Oriente percepito come irriducibilmente lontano, di campagne sistematiche di demonizzazione da parte dei suoi nemici esterni ed interni (basti pensare agli armeni e ai sostenitori dell’organizzazione terroristica Pkk), dell’appoggio attivo dato dalle sue élites a questa campagna agitando strumentalmente lo spauracchio della cosiddetta “islamizzazione” per motivi di posizionamento politico-ideologico (gettando benzina sul fuoco del pregiudizio), della disinformazione della stampa mainstream – per incompetenza o malafede – che ha creato sulla Turchia una vera e propria “leggenda nera”, dell’incapacità delle autorità turche di comunicare in modo efficace.

E temo che ci vorranno decenni interi – sempre che qualcuno abbia voglia di cominciare a farlo! – per riassorbire i danni degli ultimissimi anni, per rendere la Turchia “europea” anche nella percezione dell’opinione pubblica che va liberata da pregiudizi e cattiva informazione.